Aids: 1981-2011 Per non dimenticare

Mi ricordo ancora quella mia "prima volta", la prima volta che sentii, anzi lessi quella parola: Aids.
Era il 1983 ed ero un giovane studente, frequentavo il Liceo Artistico Statale di Verona e mi interessavo con passione a tutte le forme d'arte, dal disegno alla fotografia. Leggevo molte riviste e libri, che comperavo in quantità industriale, soprattutto d'arte, ma anche di politica e storia. Passione che mi è rimasta ancora oggi che faccio il lavoro per cui ho studiato; il designer creativo.
Mi ricorderò sempre quel giorno, un pomeriggio di maggio, sdraiato sul letto in camera mia mentre stavo appunto sfogliando l'ultimo numero della rivista PHOTO (magazine di fotografia artistica) che avevo appena acquistato in edicola rientrando da scuola.
L'occhio mi cadde su un servizio che parlava di una strana malattia che stava seriamente colpendo la comunità gay di New York e San Francisco. 
Ricordo che campeggiava una grande foto che occupava entrambe le pagine, dove si vedeva una manifestazione gay a central park, dove ognuna delle persone sedute teneva in mano un numero: il numero di matricola sanitaria (o assicurazione) di un amico, parente o compagno colpito da questa nuova malattia. Nelle pagine successive, altre foto di manifestazioni gay e le primissime foto pubbliche delle persone con il Sarcoma di Kaposi (rara forma di cancro della pelle). 
Ricordo che sconvolto e spaventato, chiusi immediatamente la rivista gettandola a terra lontano sul pavimento. Quella notte non chiusi occhio.
Il giorno dopo a scuola avevo il pensiero fisso su quelle immagini e non riuscivo a togliermele dalla mente. A quel tempo ero già consapevole della mia omosessualità, mi stavo finalmente accettando grazie all'aiuto di alcuni miei compagni di classe che lo erano già apertamente e felicemente prima di me, a 15 anni non era facile, soprattutto negli anni ottanta.
 Ero un bel fighetto, basso e magro come un' acciughina con un pò di muscoletti, la pelle olivastra, vestito alla moda da "baiosetto", con i capelli mori ricci e lunghi sulle spalle, come andava allora e facevo impazzire le regazze...ma non me ne fregava niente. 
Non vedevo l'ora di conoscere un ragazzo che mi piacesse per poterci fare l'amore, già mi facevo le fantasie e programmavo mentalmente dove andare in vacanza con lui. Ma cosa sarebbe successo se mi fossi anch'io beccato la "malattia dei gay"?
Dopo due giorni mi feci coraggio e raccolsi la rivista da dove l'avevo gettata e tirando un forte sospiro la lessi tutta d'un fiato. 
L'articolo parlava di 3000 casi già raggiunti tra New York e San Francisco, delle autorità che brancolavano nel buio in preda al panico, della comunità gay che cominciava a scendere in piazza tutti i giorni per chiedere più informazione e la rottura del silenzio.
Il termine AIDS (Acquired Immuno Deficency Syndrome) era abbastanza recente, perchè fino a qualche tempo prima si era parlato di GRID (Gay Related Immuno Deficency). L'articolo poi concludeva con le dichiarazioni omofobe di alcuni politici e senatori repubblicani che volevano presentare una legge per l'internamento in speciali riserve (campi di concentramento) di tutti i gay. Per fortuna questa legge non fu mai presentata, ma nel 1987 il reazionario ed ultraconservatore senatore Jesse Helms fece introdurre un emendamento alla legge sull'immigrazione che limitava le persone sieropositive nei viaggi all'estero e nel rientro negli USA, mentre i sieropositivi stranieri non potevano migrare o visitare gli Stati Uniti. Legge abolita da Barack Obama solo nel 2009.
Un paio di anni dopo mi recai per la prima volta ad una riunione dell'appena costituito Arcigay di Verona (Circolo 302.0 - con sede presso l'Arci in via Nazario Sauro,2) e l'argomento trattato quella sera, guarda caso era proprio l'Aids. I primi casi (almeno quelli che si conoscevano) avevano raggiunto Verona e si discuteva su cosa fare per informare la comunità gay in un epoca in cui non c'erano ne cellulari, ne internet. Da lì è comiciata la mia avventura.


L'articolo di PHOTO che io lessi nel 1983, non fu quello che parlò per la prima volta della Pandemia AIDS, fu un altro; un trafiletto non tanto lungo che diceva: RARE CANCER SEEN IN 41 HOMOSEXSUALS - Trad. RARO CANCRO RISCONTRATO IN 41 OMOSESSUALI.
Pubblicato sul New York Times il 3 Luglio 1981... Domenica prossima saranno 30 anni.


Questa è una data simbolica, i primi casi, anche se pochi erano già apparsi da un paio d'anni, forse già dal 1978.
I simboli però sono importanti, perchè fissano un momento, un'idea, un avvenimento, un punto di partenza. Il punto di partenza della mia lunghissima militanza e di tanti altri compagni di viaggio.
Come avviene per la giornata della memoria che ricorda le vittime della barbarie nazifascista, che ha ucciso anche tantissime persone omosessuali, credo che sia giusto ricordare questa data simbolo come parte della nostra storia.
Io ho voluto portarvi una testimonianza (la mia) per ricordare tanti cari amici che ho perso e che ancora oggi ho nel cuore.


Zeno Menegazzi
Attivista del Movimento LGBT
Consigliere del direttivo di Arcigay Pianeta Urano Verona

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articolo pubblicato anche su GAYFREEDOM

1981-2011 30 anni di AIDS

RARO CANCRO RISCONTRATO IN 41 S OMOSESSUALI
NYT - 3 Luglio 1981 


I medici di New York e California hanno diagnosticato tra gli uomini omosessuali 41 casi di una forma rara e spesso rapidamente fatale di cancro. Otto delle vittime sono morti meno di 24 mesi dopo la diagnosi è stata fatta.


La causa del focolaio è sconosciuta, e non vi è ancora alcuna evidenza di contagio. Ma i medici che hanno fatto la diagnosi, per lo più a New York e la San Francisco Bay Area, stanno allertando gli altri medici che trattano un gran numero di uomini omosessuali al problema, nel tentativo di contribuire a identificare i casi più e ridurre il ritardo nella presentazione trattamento chemioterapico.


L'improvvisa comparsa del cancro, chiamato Sarcoma di Kaposi, ha spinto una indagine medica che dicono gli esperti potrebbe essere il più scientifico per la salute pubblica a causa di ciò che può insegnare su come determinare le cause di più comuni tipi di cancro. Appare in primo spot


I medici hanno insegnato in passato che il tumore di solito apparve prima in punti sulle gambe e che la malattia ha un decorso lento fino a 10 anni. Ma questi casi recenti hanno dimostrato che appare in una o più macchie di colore viola ovunque sul corpo. I punti in genere non causano prurito o altri sintomi, spesso può essere scambiata per lividi, a volte appaiono come grumi e può diventare marrone dopo un periodo di tempo. Il cancro è spesso causa di gonfiore delle ghiandole linfatiche, e poi uccide diffondendo in tutto il corpo.


Medici indagando lo scoppio credo che molti casi sono passati inosservati a causa della rarità della patologia e la difficoltà anche dermatologi possono avere nella diagnosi di esso.


In una lettera di avviso altri medici al problema, il Dott. Alvin E. Friedman-Kien della New York University Medical Center, uno degli investigatori, ha descritto la comparsa del focolaio come''piuttosto devastanti.''


Dr. Friedman-Kien ha detto in un'intervista ieri che sapeva di 41 casi raccolti nelle ultime cinque settimane, con i casi si risale al passato 30 mesi. I Centri federali per il controllo delle malattie di Atlanta si prevede di pubblicare la prima descrizione del focolaio nel suo rapporto settimanale di oggi, secondo un portavoce, il Dr. James Curran. La relazione rileva 26 dei casi - 20 a New York e sei in California.


Non esiste un registro nazionale delle vittime del cancro, ma l'incidenza a livello nazionale del sarcoma di Kaposi in passato era stato stimato dal Centers for Disease Control deve essere inferiore a 6-1 centesimi di un caso ogni 100.000 persone all'anno, ovvero circa due casi in ogni tre milioni di persone. Tuttavia, la malattia rappresenta fino al 9 per cento di tutti i tumori in una cintura in Africa equatoriale, dove è comunemente colpisce bambini e giovani adulti.


Negli Stati Uniti, ha colpito soprattutto gli uomini di età superiore ai 50 anni. Ma nei casi recenti, i medici in nove centri medici di New York e sette ospedali in California sono stati diagnosticare la condizione tra i giovani uomini, ognuno dei quali ha dichiarato nel corso di standard di colloqui diagnostici che erano omosessuali. Sebbene l'età dei pazienti che hanno spaziato dal 26-51 anni, molti sono stati sotto i 40, con la media a 39.


Nove dei 41 casi noti al Dott. Friedman-Kien sono stati diagnosticati in California, e molti di quelle vittime hanno riferito che erano stati a New York nel periodo precedente la diagnosi. Dr. Friedman-Kien ha detto che i suoi colleghi stavano controllando sui rapporti di due vittime diagnosticato a Copenaghen, uno dei quali aveva visitato New York.Infezioni virali Indicato


Nessuno ricercatore medico intervistato ha ancora tutte le vittime, il Dott. Curran ha detto. Secondo il Dr. Friedman-Kien, i medici di reporting ha detto che la maggior parte dei casi avevano coinvolto uomini omosessuali che hanno avuto incontri sessuali multipli e frequenti con partner diversi, ben 10 incontri sessuali ogni notte fino a quattro volte la settimana.


Molti dei pazienti sono stati trattati per infezioni virali come l'herpes, il citomegalovirus e l'epatite B così come le infezioni parassitarie, come amebiasi e giardiasi. Molti pazienti hanno anche riferito di aver fatto uso di droghe come il nitrito di amile e LSD per aumentare il piacere sessuale.


Il cancro non si crede che sia contagiosa, ma le condizioni che potrebbero precipitare, come virus o particolari fattori ambientali, potrebbe spiegare un focolaio in un gruppo unico.


I ricercatori medici dicono alcune prove indirette punti effettivamente lontano da contagio come una causa. Nessuno dei pazienti si conoscevano, anche se la possibilità teorica che alcuni possono avere avuto contatti sessuali con una persona con sarcoma di Kaposi ad un certo punto in passato non poteva essere esclusa, il dottor Friedman-Kien ha detto.


Dott. Curran detto che non c'era alcun pericolo evidente per nonhomosexuals dal contagio. ''La prova migliore contro il contagio'', ha detto,''non è che i casi sono stati segnalati fino ad oggi al di fuori della comunità omosessuale o nelle donne.''


Dr. Friedman-Kien ha detto di aver testato nove delle vittime e gravi difetti trovati nei loro sistemi immunologici. I pazienti avevano gravi disfunzioni di due tipi di cellule chiamate linfociti T e cellule B, che hanno un ruolo importante nella lotta contro le infezioni e cancro.


Ma il dottor Friedman-Kien ha sottolineato che i ricercatori non sapevano se i difetti immunologici sono stati il problema di fondo o si era sviluppata secondariamente alle infezioni o l'uso di droghe.


Il team di ricerca sta sperimentando varie ipotesi, una delle quali è un possibile legame tra l'infezione da citomegalovirus e passato con lo sviluppo del sarcoma di Kaposi.








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Aids: 30 anni fa in Usa annuncio primi casi malattia
(Adnkronos Salute)


09 giugno 2011


Roma, 31 mag. (Adnkronos Salute) - All'inizio sembrava una strana e piccola epidemia: una manciata di casi rilevati in primavera e all'inizio dell'estate del 1981 fra i giovani gay di New York e California, colpiti da forme di polmonite e cancro solitamente tipiche di persone con un sistema immunitario gravemente indebolito. Si trattava invece dell'inizio dell'epidemia con la 'e' maiuscola, quella di Aids, che fino ad oggi ha colpito oltre 60 milioni di persone in tutto il mondo, uccidendone almeno la metà.


La segnalazione ufficiale dei primi casi avvenne in maniera confusionaria: esattamente 30 anni fa, all'inizio di giugno, l'autorità federale per il controllo delle malattie evidenziò "cinque giovani uomini, tutti omosessuali", con una forma particolare di polmonite. Un mese dopo fu pubblicato il primo articolo sull'Aids dal 'New York Times', intitolato 'Rare Cancer Seen in 41 homosexuals', cioé 'raro cancro della pelle rilevato in 41 omosessuali'. Si trattava del sarcoma di Kaposi e fino ad allora era stato osservato raramente in giovani uomini.


A poco a poco si chiarì che i tumori e le polmoniti erano conseguenza di una malattia a trasmissione sessuale che danneggia il sistema immunitario, ma le teorie sulla sua origine furono le più disparate. Ci vollero tre anni per identificare l'Hiv, il virus che causa l'Aids. I funzionari federali americani la chiamarono sindrome da immunodeficienza acquisita nel 1982, dopo vari tentativi di denominazioni discriminatorie come 'Grid' o immunodeficienza correlata ai gay.
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Aids


Un po’ di storia


La sindrome è stata riportata per la prima volta in letteratura nel 1981, anche se già negli anni Settanta erano stati riportati casi isolati di Aids negli Stati Uniti e in numerose altre aree del mondo (Haiti, Africa ed Europa).


Alla fine del 1980, Michael Gottlieb, ricercatore dell'Università della California, sta svolgendo una ricerca clinica sui deficit del sistema immunitario. Analizzando le cartelle cliniche dei ricoverati in ospedale, si imbatte nel caso di un giovane paziente che soffre di un raro tipo di polmonite dovuta a Pneumocystis carinii, un protozoo che solitamente colpisce solo pazienti con un sistema immunitario indebolito. Nei mesi successivi, Gottlieb scopre altri tre casi di pazienti, tutti omosessuali attivi, con un basso livello di linfociti T.


Nel 1981, i Centers for Disease Control and Prevention (cdc di Atlanta) segnalano sul loro bollettino epidemiologico, il Morbidity and Mortality Weekly Report (Mmwr), un aumento improvviso e inspiegabile di casi di polmonite da Pneumocystis carinii in giovani omosessuali. Successivamente vengono segnalati ai Cdc nuovi casi di pazienti che soffrono di un raro tumore dei vasi sanguigni, il sarcoma di Kaposi. Con la pubblicazione di questi dati, si fa lentamente strada la consapevolezza di essere di fronte a una nuova malattia. Pochi giorni dopo i Cdc costituiscono una task force espressamente dedicata alla ricerca sul sarcoma di Kaposi e sulle altre infezioni opportunistiche.





Sebbene non siano chiare le modalità di trasmissione e di contagio, cominciano a nascere le prime teorie sulle possibili cause di queste infezioni e tumori: l’infezione da Cytomegalovirus (Cmv), l’uso di droghe, un’eccessiva stimolazione del sistema immunitario. L’ipotesi più accreditata è comunque quella che la malattia colpisca soltanto gli omosessuali. Il messaggio arriva anche a livello dell’opinione pubblica, con il titolo del New York Times «Raro cancro osservato in 41 omosessuali». Alla fine dell’anno, però, la malattia comincia a colpire anche gli eterosessuali e, soprattutto, esce dal confine degli Stati Uniti: viene registrato infatti il primo caso europeo, in Inghilterra.





Alla fine del 1981, la malattia non ha ancora un nome. Mentre i Cdc parlano di “linfoadenopatia” o di sarcoma di Kaposi e altre infezioni opportunistiche, sulla carta stampata si cominciano a leggere le definizioni più disparate: The Lancet parla di “gay compromise sindrome”, mentre sui quotidiani nazionali di diversi Paesi si leggono espressioni come “immunodeficienza gay-correlata (Grid)”, “cancro dei gay”, “disfunzione immunitaria acquisita”.





Quando nel giugno 1982 viene registrato un gruppo di casi fra maschi omosessuali nel sud della California, comincia a serpeggiare fra i ricercatori l’ipotesi che la malattia abbia un’origine virale. Nel mese successivo, quando i Cdc contano 452 casi totali in 23 Stati diversi, si registrano i primi casi fra gli emofiliaci, individui portatori di un difetto ereditario nei processi di coagulazione del sangue e obbligati quindi a sottoporsi a continue trasfusioni.





Durante il mese di agosto, nel corso di un congresso promosso dalla Food and Drug Administration (Fda), viene proposto per la prima volta il termine “sindrome da immuno-deficienza acquisita” per definire la nuova malattia. L’espressione indica come ci si trovi di fronte a una malattia di origine non ereditaria, ma che viene invece acquisita attraverso un meccanismo di trasmissione ancora ignoto, e che consiste in una deficienza del sistema immunitario. “Sindrome” perché non è un’unica malattia, ma si presenta sotto forma di diverse manifestazioni patologiche.





Il 1982 si chiude con due eventi significativi: la prima morte, a seguito di una trasfusione infetta, di un bimbo emofiliaco e il primo caso di trasmissione materno-fetale dell’Aids. Si fa dunque sempre più strada la consapevolezza di essere al cospetto di una nuova malattia in diffusione, che riguarda tutti e non più solo piccole categorie, anche al di fuori del confine degli Stati Uniti.


Nel 1983, in un incontro dei Cdc si comincia a discutere su come prevenire la trasmissione dell’Aids, considerando anche i rischi legati alle procedure di trasfusione, soprattutto nel caso di pazienti emofiliaci. È ormai chiaro che la malattia si può trasmettere anche fra eterosessuali e non soltanto fra omosessuali come si riteneva all’inizio.





Nel maggio del 1983 all’Istituto Pasteur di Parigi il virologo francese Luc Montagnier riporta l’isolamento di un nuovo virus che potrebbe essere l’agente responsabile della trasmissione della malattia. Il virus viene isolato dalle cellule coltivate in laboratorio di un paziente omosessuale con linfonodi ingrossati, privo però di alcun sintomo di Aids. Inviato ai Cdc di Atlanta, il virus viene analizzato e denominato Lav (Virus associato a linfoadenopatia), quindi viene inviato al National Cancer Institute di Bethesda, per ulteriori ricerche.





Un anno dopo, il 22 aprile 1984, i Cdc dichiarano pubblicamente che il virus francese Lav è stato definitivamente identificato come la causa dell'Aids dai ricercatori dell’Istituto Pasteur. Il giorno successivo Margaret Heckler, il segretario dell’Health and Human Services, annuncia che Robert Gallo, direttore del laboratorio di biologia cellulare dei tumori del National Cancer Institute, ha a sua volta isolato da pazienti malati di Aids il virus candidato a essere il responsabile della malattia, chiamandolo Htlv-III (Virus umano della leucemia a cellule T di tipo III). Il nome assegnato al virus indica come faccia parte di una famiglia di retrovirus identificata dallo stesso Gallo, costituita da virus che infettano i linfociti T umani e che sembrano essere coinvolti nella proliferazione anomala di queste cellule, come la leucemia appunto. Gli Htlv sono i primi retrovirus umani mai scoperti. Nell’annuncio viene anche dichiarato che sarà presto disponibile un test commerciale per diagnosticare l’infezione.





Inizia così una vera e propria battaglia legale fra i due prestigiosi istituti di ricerca, che rivendicano entrambi la paternità della scoperta, tanto clamorosa da valere il premio Nobel.


Nei primi mesi del 1985 vengono pubblicati numerosissimi lavori sui due virus oggetto del contendere: la conclusione collettiva è che si tratti dello stesso virus. Nel 1986 un comitato internazionale stabilisce un nuovo nome per indicare il virus dell'Aids: d’ora in poi si p


arlerà soltanto di Hiv, ovvero “Virus dell’immunodeficienza umana”


Come viene ricordato in un articolo pubblicato su www.sanitaincifre.it, l’Aids ha compiuto 30 anni, o meglio sono passati circa 30 anni da quando ci si è accorti di quella che è poi diventata una vera e propria epidemia.


Come viene ricordato in un articolo pubblicato su www.sanitaincifre.it, l’Aids ha compiuto 30 anni, o meglio sono passati circa 30 anni da quando ci si è accorti di quella che è poi diventata una vera e propria epidemia. Cosi è scritto nell’articolo citato:


“All’inizio sembrava una strana e piccola epidemia: una manciata di casi rilevati in primavera e all’inizio dell’estate del 1981 fra i giovani gay di New York e California, colpiti da forme di polmonite e cancro solitamente tipiche di persone con un sistema immunitario gravemente indebolito.

Si trattava invece dell’inizio dell’epidemia con la ‘e’ maiuscola, quella di Aids, che fino ad oggi ha colpito oltre 60 milioni di persone in tutto il mondo, uccidendone almeno la metà.


La segnalazione ufficiale dei primi casi avvenne in maniera confusionaria: esattamente 30 anni fa, all’inizio di giugno, l’autorità federale per il controllo delle malattie evidenziò ‘cinque giovani uomini, tutti omosessuali’, con una forma particolare di polmonite. Un mese dopo fu pubblicato il primo articolo sull’Aids dal ‘New York Times’, intitolato ‘Rare Cancer Seen in 41 homosexuals’, cioè ‘raro cancro della pelle rilevato in 41 omosessuali’. Si trattava del sarcoma di Kaposi e fino ad allora era stato osservato raramente in giovani uomini.


A poco a poco si chiarì che i tumori e le polmoniti erano conseguenza di una malattia a trasmissione sessuale che danneggia il sistema immunitario, ma le teorie sulla sua origine furono le più disparate.

Ci vollero tre anni per identificare l’Hiv, il virus che causa l’Aids. I funzionari federali americani la chiamarono sindrome da immunodeficienza acquisita nel 1982, dopo vari tentativi di denominazioni discriminatorie come ‘Grid’ o immunodeficienza correlata ai gay”.


Relativamente ai 30 anni dell’Aids l’Ansa ha emesso un comunicato:


L'Aids 30 anni fa nasceva così: uno scarno comunicato di tre paginette sull'Mmwr (morbility and morbidity weekly report) l'agile opuscolo diffuso dal quartier generale del centro per le malattie degli Stati Uniti di Atlanta, segnalava ai centri sentinella americani alcune inusuali malattie in 5 giovani omosessuali maschi. Risiedevano nelle grandi aree urbane di Los Angeles e di New York e presentavano una polmonite e un raro tumore della pelle. Era il 5 giugno del 1981. Dopo due mesi i casi da 5 arrivarono a 41.


Quelle segnalazioni dei Cdc sono considerate l'inizio ufficiale dell'epidemia di Aids, una malattia che ha cambiato la vita di milioni di persone, che continua dilagare nel pianeta e che ha mutato la storia della medicina.
Secondo l'ultimo rapporto dell'Unaids sono più di 33 milioni le persone che vivono con il virus Hiv,  quasi 3 milioni i bambini, mentre nel 2009 si calcola che si siano infettate 2,6 milioni di persone e morte 2 milioni.
In Italia il virus Hiv infetta una persona ogni due ore; negli ultimi 20 anni è aumentata l'età media nella quale si contrae l'infezione (39 anni per gli uomini e 35 per le donne) e in 8 casi su 10 il virus Hiv si trasmette per via sessuale. Gli eterosessuali sono i più colpiti (65,4%) e il 25,3% non presenta fattori di rischio”.


In un altro comunicato dell’Ansa si può leggere:


“A 30 anni dal primo caso di Aids la malattia ha un volto completamente diverso, ma è tutt'altro che debellata soprattutto nel Sud del mondo, dove ancora 400.000 bambini sono contagiati ogni anno, nonostante esistano le cure per azzerare la trasmissione del virus Hiv da madre a figlio.


‘Fondamentalmente la grande svolta sono state le cure: hanno cambiato la storia dell'Aids nei Paesi occidentali, trasformandolo da una malattia non curabile ad una malattia cronica’, osserva il direttore del Dipartimento del Farmaco dell'Istituto Superiore di Sanità, Stefano Vella. ‘Il risultato importante è che il trattamento, se comincia precocemente, è in grado di abbattere la trasmissione del virus del 97%’.


Il problema è che ovunque nel mondo, nel Sud come al Nord, nella maggioranza dei casi ci si accorge di essere sieropositivi al momento della diagnosi.


‘La storia quindi non è finita - ha osservato - perché il virus continua a circolare e compaiono nuovi focolari vicino a noi, come sta accadendo nell'Est europeo’. Per questo non bisogna abbassare la guardia e intervenire in tempo per abbattere le epidemia emergenti: ‘é come spegnere i nuovi focolai di un grande incendio’.


Ed anche nel mondo occidentale, dove finora si sono riportate tante vittorie, l'epidemia ‘cova ancora sotto la cenere’. Focolai immensi sono in atto in Africa e bisogna seguire con attenzione quanto sta accadendo in Cina e India.
‘In un mondo globale - rileva Vella - la malattia va affrontata nella sua globalità’. E' proprio questo il tema della conferenza mondiale della International Aids Society (Ias) in programma a Roma dal 17 al 20 luglio. E tre sono le priorità che il mondo della ricerca sta indicando: l'accesso universale alle cure, proseguire la ricerca sui vaccini (‘quelli preventivi sono ancora lontani’, rileva l'esperto) e trovare una cura che non richieda un trattamento a vita.


Quanto ci sia ancora da fare in tutte e tre queste direzioni emerge dalle cifre: ‘basti pensare che ogni anno nel mondo 400.000 bambini continuano a contrarre il virus dalla madre, nonostante sia possibile azzerare a costo basso la trasmissione del virus Hiv da madre a figlio: questo è fattibile economicamente e scientificamente ed è una priorità assoluta’.


Oggi nel mondo sono in trattamento 7 milioni di persone, prosegue l'esperto, ‘ma c'é ancora molto da fare: non si tratta solo di portare i farmaci, ma bisogna rafforzare i sistemi sanitari’”.


E’ bene che la consapevolezza della necessità che ci sia ancora molto da fare nella lotta contro l’Aids si diffonda il più possibile. Io noto che, attualmente, l’attenzione dell’opinione pubblica nei confronti di questa malattia è molto ridotta. Certamente i successi conseguiti sono importanti ma l’Aids è tutt’altro che debellato. Pertanto può risultare utile, anzi necessario, “riaccendere i riflettori” sull’Aids. Altrimenti è possibile non solo che l’Aids non sia sconfitto definitivamente, almeno in tempi ragionevoli, ma anche che questa malattia subisca un considerevole aumento della sua diffusione.

Basta Buttiglione, basta Vaticano

Ogni tanto ci tocca leggere cose come questa:
GAY. BUTTIGLIONE: NON CAMBIO IDEA, È DISORDINE MORALE SE DIO TI HA DATO CORPO DA MASCHIO NON POTRAI MAI ESSERE DONNA
(DIRE) Roma, 28 giu. - "Sui gay non ho cambiato parere. Sul piano politico e giuridico sono per la non discriminazione, ma su quello morale penso quello che pensa la Chiesa cattolica: l'omosessualita' e' un disordine morale". Cosi' Rocco Buttiglione in un'intervista ad "A", il settimanale diretto da Maria Latella, in edicola dal 29 giugno. "Se Dio ti ha dato un corpo da maschio- spiega il centrista- non potrai mai essere donna. Non potrai mai avere una gravidanza. E fare finta di essere quello che non sei non ti fa stare bene, perdi una vita in cambio di una finzione". (Com/Tar/ Dire) 13:51 28-06-11NNNN
Leggiamo il Catechismo della Chiesa Cattolica (fonte: http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p3s2c2a6_it.htm ):
Castità e omosessualità
2357 L'omosessualità designa le relazioni tra uomini o donne che provano un'attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso. Si manifesta in forme molto varie lungo i secoli e nelle differenti culture. La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile. Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, 238 la Tradizione ha sempre dichiarato che « gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati ». 239 Sono contrari alla legge naturale. Precludono all'atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati.
2358 Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione.
2359 Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un'amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana.
L’unico modo per risparmiare a Buttiglione un’insufficienza in filosofia già a livello liceale è intendere la parola “omosessualità” nella medesima accezione del CCC – ovvero come relazione con persona del medesimo sesso.

Purtroppo, quest’uso del termine non corrisponde a quello che si trova nei dizionari della lingua italiana, come testimoniato da:


[02] http://www.ok-salute.it/dizionario/medico/omosessualita.shtml (abbiate pazienza con la locuzione “omosessualità egodistonica”, scomparsa dai manuali di psichiatria americani già nel 1987, quando fu pubblicato il DSM-III-R – ora siamo al DSM-IV-TR e fra un paio d’anni dovrebbe uscire il DSM-V – vedi: http://www.dsm5.org/Pages/Default.aspx )




[05] http://dizionari.repubblica.it/ [digitare "omosessualità"]

e scommetto che se io fossi andato in una biblioteca a leggere i dizionari cartacei stampati dopo il 1900 (quando la parola è stata imprestata alla lingua italiana), nessuno avrebbe contraddetto quelli online citati, e tutti avrebbero confermato: Buttiglione parla un catastrofico italiano, perché lo ha imparato da chi ciancia delle radici giudaico-cristiane della cultura italiana, ma dell'Italia non conosce nemmeno la lingua, cioè il Vaticano.

Questa distorsione del significato sarebbe più accettabile se Buttiglione si esprimesse in inglese, come mostra:


Ma, come ho già osservato, per chi parla italiano questo è un solecismo; invece è correttissimo ed opportuno ricordare a Bottiglione che l’”orientamento omosessuale” è una condizione che non viene scelta dal soggetto (ed infatti il CCC prudentemente afferma: “La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile”), e perciò non ha alcun significato morale, perché la morale si occupa solo delle scelte umane.


Ci permette inoltre di alzare alti lai a proposito di chi cumula cattedre universitarie (presso delle università pontificie o cattoliche, non laiche italiane, europee od americane) perché parla come vuole il Vaticano e non ha il coraggio di dire: "Il re è nudo".

Per quanto riguarda l’”inclinazione oggettivamente disordinata” che sarebbe l’omosessualità secondo CCC §2358, la buona psichiatria e la comune esperienza insegnano che in una personalità il “disordine” (comunque sia definito) non può rimanere confinato ad una sola inclinazione – e questa era la giustificazione che si dava in passato alle forme più gravi di discriminazione contro chi aveva una sessualità non standard (omosessuali o madri nubili): chi non può dare “ordine” alla propria sessualità non può darlo a nessun campo dell’esistenza propria ed altrui, si sosteneva.

Si è dovuto prendere atto che l’omosessualità, pur se messa in pratica, non rende “disordinate” altre aree della vita, ma ci si rifiuta di dedurne che questa è la dimostrazione che il disordine non c’è dapprincipio. Il problema qui non è nella “rivelazione divina” (nel qual caso non potrei sollevare obiezioni), ma nella psicologia che se ne è voluta derivare, e di cui chiunque può affermare che non regge alla prova.

Inoltre, rimpiango che gli autori del CCC non soffrissero di Sindrome di Asperger: costoro sono assolutamente incapaci di tollerare le ambiguità e le sfumature, applicano alla lettera il precetto evangelico: “Il vostro parlare sia ‘sì, sì’; ‘no, no’” (Matteo 5:37), e di fronte alla locuzione “marchio di ingiusta discriminazione” avrebbero superato la loro avversione per i forti rumori per strillare nelle orecchie del malcapitato segretario:

“Cancellala subito! Quella locuzione può voler dire tutto ed il suo contrario, e non è degna di un consesso come il nostro!”

Raffaele Ladu

Pro e contro natura, di Raffaele Ladu

Le religioni cristiana e mussulmana hanno l'ambizione di estendersi a tutto il genere umano, ed uno degli argomenti più potenti che ritengono di avere è che esse prescrivono ciò che appare già evidente esaminando la natura umana - ovvero le persone, indagando onestamente sulla propria natura e su ciò che ad essa giova, finirebbero con il giungere alle medesime conclusioni a cui le porterebbe la rivelazione divina, espressa nel cristianesimo o nell'islam.

La natura umana dovrebbe essere una cosa universale, come universali sono le pretese di queste due religioni; in realtà, le uniche cose che possono essere ritenute universali sono le condizioni minime per la sopravvivenza: temperatura mite, aria, acqua, e cibo.

Tutti i comportamenti umani che vanno oltre questa sopravvivenza e che a prima vista sembrano "naturali", si rivelano nel migliore dei casi e ad un esame più attento, costumi molto antichi e molto diffusi, tanto che sembrano parte della condizione umana.

A questo punto nasce un problema metodologico: se li si considera costumi, si mantiene la libertà di chiedersi a che cosa servono e che vantaggi danno a chi li segue; se li si considera atti "secondo natura", ed il loro opposto "contro natura", si chiude definitivamente la discussione. Non è una cosa che incoraggiamo!

Le locuzioni "secondo natura" e "contro natura" vengono il più delle volte applicate alla sessualità, per cui il rapporto eterosessuale (anzi, la peniena penetrazione vaginale) viene ritenuto "secondo natura", mentre i congiungimenti di altro tipo "contro natura" - e spesso puniti.

In realtà è più opportuno chiedersi a che cosa serve la sessualità, anziché affrettarsi ad etichettare alcune pratiche "secondo natura" ed altre "contro natura"; la risposta più ingenua che capita di sentire da chi sostiene che l'eterosessualità è "secondo natura" e l'omosessualità "contro natura" è che l'eterosessualità consente la procreazione, al contrario dell'omosessualità.

Il presupposto della risposta è che lo scopo della sessualità è la procreazione; ma ... vi siete mai chiesti quanti dei rapporti eterosessuali che una persona intraprende nel corso della sua vita sono esplicitamente diretti al concepimento?

Un'infima minoranza, anche nelle persone che generano molti figli; gli uomini di chiesa un po' bacchettoni dei secoli scorsi avevano pienamente ragione quando avvertivano che si pensa e si pratica il sesso (eterosessuale) molto di più di quanto sarebbe indispensabile per riprodurre la specie.

La funzione principale della sessualità sembra quindi quella di creare un legame emotivo tra le persone, e da questo punto di vista l'essere tale legame tra persone del medesimo genere o tra persone di opposto genere è indifferente.

Contrariamente ai pregiudizi che circolano, i sentimenti che prova un omosessuale sono della stessa qualità di quelli che prova un eterosessuale - ci si à presi la briga di fare la risonanza magnetica ai due gruppi di persone per averne la prova.

Potete trovare gay molto promiscui e gay molto fedeli, così come lesbiche molto libertine e lesbiche molto gelose; si tratta di varianti del comportamento sessuale umano che potete trovare anche negli uomini e nelle donne etero.

In teoria si possono fare delle statistiche, ma il consiglio che vi do è quello di ricordare che ogni persona è diversa dalle altre, e che è pericoloso giudicarla solo dal suo appartenere ad un gruppo sociale che lei non ha scelto.

L'omosessualità in Italia, di Raffaele Ladu

Anche in Italia gli omosessuali subirono delle persecuzioni durante il nazifascismo, anche se meno cruente che in Germania; per capirle, dobbiamo tornare al 1889, quando in tutto il Regno d'Italia l'omosessualità smise di essere un reato.

Non fu però questa una scelta di libertà, ma un modo molto più astuto di quello tedesco di combattere il fenomeno: dichiarare un comportamento un reato significa fargli pubblicità, significa dare a coloro che lo praticano uno specchio nel quale riconoscersi, significa ammettere che costoro sono una minaccia per la società; e se non lo sono per la gravità del comportamento, lo sono per il loro numero - e quindi significa, in un paese libero, sfidare queste persone a coalizzarsi per chiedere che la legge venga cambiata.

Tutto questo è accaduto infatti in tutti i paesi liberi in cui l'omosessualità era considerata un reato - gli ultimi paesi a cedere sono stati gli USA, la cui Corte Suprema ha dichiarato nel 2003 incostituzionali le leggi che in alcuni stati continuavano a punire i cosiddetti rapporti contro natura, e l'India, la più grande democrazia del mondo, che nel 2009 ha decriminalizzato l'omosessualità.

In Italia invece, non essendoci l'omosessualità tra i reati, si poteva e si può dare ad intendere che sia un fenomeno trascurabile, una bazzecola commessa da poche persone magari nemmeno italiane, che solo all'estero hanno potuto impararla, troppo poche per fare del danno. Si può quindi far credere che l'Italia sia un paese sostanzialmente esente da questo cosiddetto vizio, anche se San Bernardino da Siena l'aveva a suo tempo chiamata “Mater Sodomiae”.

Di conseguenza, ogni gay, ogni lesbica poteva credere di essere l'unico o l'unica in quella condizione, convincersi della sua anormalità, e viverla nell'isolamento o nel nascondimento; infatti in paesi come il nostro, non ci sono state retate contro chi riusciva a vivere la propria condizione con discrezione, ma già prima del fascismo la polizia aveva ampia licenza di diffidare ed ammonire gli omosessuali troppo visibili - col fascismo sarebbe arrivato anche il confino.

E' difficile stabilire quante persone siano state diffidate od ammonite a causa della loro omosessualità; ma una ricerca sui confinati politici compiuta dall'Associazione Perseguitati Politici Italiani Antifascisti negli anni '60 permise di avere qualche dato anche sui confinati per "pederastia".

Sembra che siano stati alcune centinaia, inviati soprattutto nelle isole Tremiti, ad Ustica, Favignana, Ventotene, Ponza; l'ANPPIA ha contato 77 casi, di cui 10 tra il 1926 ed il 1938, 67 tra il 1938 ed il 1943.

L'evidente impennata ha un motivo: le Leggi Razziali. Esse non servirono solo a colpire gli ebrei, ma anche a dare il la a tutta una nuova politica del regime volta al miglioramento ed all’incremento della cosiddetta razza italiana - e l'omosessualità era con questo incompatibile, non solo perché il gay ed i suoi possibili partner si sottraevano al compito di riprodurre la stirpe, ma anche e soprattutto perché, nell'ignoranza che dura tuttora su che cosa induce le persone a diventare etero od omo, si supponeva che l'omosessualità fosse un sintomo di degenerazione della persona - perciò, anche se avesse voluto approfittarne, al gay non si doveva consentire di riprodursi.

Dopo la guerra non si ha più notizia di confini per omosessualità in Italia, ma nemmeno in Italia, come in Germania, le vittime hanno potuto chiedere un risarcimento, in quanto l'omosessualità non era un reato, ma nessuno avrebbe negato che era comunque un disvalore, e manifestarla pubblicamente poteva motivare la reazione delle autorità di polizia.

La situazione è abbastanza cambiata da allora, ma l'Italia, che all'inizio del '900 era quasi un paradiso al confronto dell'Inghilterra e della Germania, ora è diventata uno dei paesi più omofobi d'Europa. Ho sentito più persone raccontarmi questo: in Germania è ormai frequente trovare due giovanotti o due giovinette che passeggiano mano nella mano; se un passante li apostrofa, questi non è tedesco, e non è nemmeno turco - è italiano.

Il più grosso problema che hanno gli omosessuali in Italia è l'impossibilità di sposarsi legalmente - se si sposano in paesi come il Canada, l'Olanda, il Belgio, la Spagna, l’Argentina, alcuni stati USA, eccetera, il Ministero dell'Interno vieta ai comuni italiani di registrare il matrimonio.

Sposarsi non vuole dire soltanto avere un mucchio di benefici che le coppie non coniugate non hanno - vuol dire anche dichiarare pubblicamente il proprio legame di coppia e chiedere agli altri di rispettarlo e sostenerlo. Vuol dire creare un impegno a lungo termine, se non per l'intera vita - al pari di chi è etero - nel quale magari allevare dei figli. Vuol dire designare una persona che potrà prendere decisioni in nome nostro e per nostro conto e dei nostri figli se siamo assenti, incoscienti od incapacitati.

Sono molti gli inconvenienti del matrimonio, ma attualmente la maggior parte delle persone LGBT si concentra sui suoi pregi; l’anno scorso la Corte Costituzionale è intervenuta, con la sentenza 138/2010, stabilendo che le coppie gay non sono un disvalore, ed anzi fanno parte delle formazioni sociali nelle quali l’individuo esprime la sua personalità (Articolo 2 della Costituzione), e perciò meritano tutela – ma tocca al legislatore stabilire come. Ed a questo dovere il legislatore italiano si è sempre sottratto.

Altro serio problema sta nelle sempre più frequenti aggressioni omofobe: si va dal bullismo omofobico a scuola, di cui vi parlerà la nostra amica Laura, a gravi lesioni personali o addirittura ad uccisioni di persone motivate dall'odio per l'omosessuale od il transessuale.

Tra parentesi, se una persona viene aggredita perché di colore od ebrea, la motivazione dell'odio razziale, od etnico-religioso è un'aggravante; se una persona è aggredita perché lesbica, gay, bi o trans, questo non è un aggravante - è stata aggredita per caso.

E' vietata in Italia la propaganda della superiorità di una razza o di un'etnia sulle altre, e l’istigazione all’odio razziale, etnico, religioso, ma non è vietata la denigrazione di chi non è eterosessuale, anche se l'insulto personale è sempre punito.

Mi spiace doverlo dire, ma la chiesa cattolica peggiora la situazione. Essa non è mandante di aggressioni omofobe, ma fa di tutto per contrastare un'azione legislativa in difesa delle vittime omosessuali, come si è visto quando si è tentato di introdurre in Italia una legge contro l'omofobia.

La proposta fu bloccata da parlamentari dell'UDC, che è il partito italiano più legato alle gerarchie cattoliche, ed una di queste parlamentari non perse l'occasione di disonorare la sua professione di neuropsichiatra dichiarando che la legge avrebbe reso punibile anche lei qualora avesse detto quello che pensava - ovvero, cose ritenute spregevoli dai suoi stessi colleghi.

La tutela degli omosessuali contro le discriminazioni nei luoghi di lavoro è affidata ad una direttiva europea del 2000 - ovvero, il nostro paese ha preferito essere costretto a fare il suo dovere anziché farlo volentieri.

Sebbene l'Italia sia più un purgatorio che un paradiso per le persone LGBT, la situazione è molto migliore che in altri 107 paesi del mondo, tant'è vero che l'Italia concede l'asilo politico a coloro che sono perseguitati per il loro orientamento sessuale (quindi lesbiche, gay, bisessuali) e per la loro identità di genere (trans) - mentre una volta lo concedeva soltanto ai dissidenti che lottavano contro i regimi totalitari d'oltrecortina.

Infatti l'articolo 10, secondo capoverso, della Costituzione italiana recita:
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.
Ora, le libertà democratiche non si esauriscono nel votare chi si vuole; comprendono anche il diritto di vivere una vita sessuale coerente con i propri desideri e le proprie scelte - perciò i paesi che vietano ai loro abitanti di vivere da lesbiche, gay, bi o trans violano un diritto fondamentale della persona ed obbligano il nostro paese ad offrire un rimedio - permettere a chi viene perseguitato di venire a vivere da noi per vivere una vita degna di un essere umano.

L'asilo politico si chiede in Questura, che poi invia gli atti ad una commissione - quella competente per il Veneto si riunisce a Gorizia - che poi interrogherà il richiedente prima di decidere; è però molto utile farsi assistere da personale esperto e specializzato, e per questo sono nati in diverse città italiane, tra cui Verona, gli Sportelli Aiuto Migranti, ad opera di alcune associazioni LGBT e non solo.

Il nostro scopo è quello di valutare le possibilità di successo di una richiesta di asilo politico da parte di un migrante che si dichiara perseguitato perché LGBT, prospettargli delle alternative se possibili (perché l'asilo politico, detto tecnicamente "protezione internazionale", esige un prezzo molto elevato: non si può più tornare nel proprio paese d'origine), e se l'asilo politico sembra la soluzione migliore, aiutarlo ad istruire la pratica ed a sostenere il colloquio.

Non sono moltissimi i casi che abbiamo affrontato finora, perché questi migranti spesso sono discriminati anche all'interno della loro comunità in Italia, e preferiscono non farsi notare; un caso lo abbiamo affrontato direttamente, e sembra avviato a felice soluzione - una persona vittima nel suo paese di insulti, vandalismi ed aggressioni, e che non poteva rivolgersi alla polizia, perché in quel paese i cosiddetti 'atti contro natura' sono puniti con la prigione.

Abbiamo ricevuto anche richieste da persone che vivono fuori provincia, ed in questo caso li abbiamo indirizzati alle associazioni locali più preparate - in almeno un caso tutto sta andando bene.

Concludo ricordando che noi del Centro Milk di Verona siamo sempre pronti a parlare con voi ed a darvi una mano; siamo aperti tutti i sabato pomeriggio dalle 15 alle 18, e può iscriversi a noi chi ha più di 16 anni. Va precisato che, anche se curiamo ossessivamente la vostra privacy, iscriversi all'ArciGay od all'ArciLesbica non significa dichiararsi gay o lesbiche; significa semplicemente lottare per i diritti delle persone LGBT.

Penso di aver finito, e vi saluto.

Lesbiche e nazifascismo, di Laura Pesce

Diversamente dalle altre “categorie” di persone perseguitate dal nazifascismo, sull’oppressione delle lesbiche in Europa esiste purtroppo poca documentazione, questo per varie ragioni.
Non ultima il fatto che la ricerca storica europea è stata ed è ancora oggi molto condizionata da forme di maschilismo ed eterosessismo.
Inoltre le testimonianze sono poche e di difficile reperimento; basti pensare che dei circa 30 libri pubblicati da ex deportati, tra gli anni Quaranta e Cinquanta, solo 5 sono stati scritti da donne e di questi solo uno parla esplicitamente di lesbismo nei lager.
In effetti nell’Europa degli anni Venti e Trenta, per le lesbiche, la stessa esistenza era difficile e può essere considerata una forma di resistenza alla forzata normalizzazione imposta dai regimi nazifascismi.
Inoltre per il ruolo del tutto secondario svolto dalle donne, dato dalla scarsissima considerazione di esse, l’omosessualità femminile non veniva percepita come una minaccia per la vita pubblica; nei primi anni i regimi si limitarono all’allontanamento delle (poche) donne da posizioni e professioni di prestigio a allo scioglimento dei movimenti femministi.
Come ci ha detto poco fa Daniele, il Paragraph 175 (la legge che criminalizzava gli atti omosessuali) di fatto prendeva in considerazione solo l’omosessualità maschile, tuttavia alcuni permessi speciali ed altre leggi davano la possibilità alla polizia di arrestare le lesbiche (o sospette tali) con altre e diverse accuse; erano dunque condannate come asociali, prostitute, pervertite, moralmente corrotte, socialmente pericolose o genericamente con l’accusa di essere “persone anormali” quindi fuori dalla rigida uniformazione imposta dallo stato.
Venivano perciò contrassegnate non con il triangolo rosa, del quale significato ci ha detto Daniele, ma spesso con quello nero (che indicava appunto le prostitute, le pervertite, eccetera). La scarsa documentazione esistente sulla persecuzione delle lesbiche deriva proprio dal fatto che venivano arrestate per i vari pretesti che prima vi ho elencato, non essendoci una legge specificae quindi l’accusa di lesbismo era solo menzionata (e non sempre) come concausa.
Il lesbismo (l’omosessualità in generale) faceva parte di una lunga serie di comportamenti considerati deviati dalla legge già prima dell’avvento delle leggi razziali ed è per questo che raggiungiamo il paradosso di cui ci ha poco fa parlato Daniele, ma che tengo a sottolineare nuovamente: nessuno di coloro che i nazisti avevano internato con l’accusa di omosessualità (o prostituzione,ecc.) ebbe alcun tipo di risarcimento dopo la liberazione e dopo i processi. Anzi alcuni prigionieri dovettero finire di scontare la pena nelle comuni carceri!
Questo ci fa notare chiaramente la diversa valutazione delle vittime dell’olocausto: gli omosessuali avevano in qualche modo “provocato” (se l’erano meritata) la loro punizione con il loro stile di vita deviato, mentre invece gli ebrei o i prigionieri politici erano stati perseguitati per la loro convinzione politica e per le loro origini.
E’ a questo proposito che desidero sottolineare quanto lodevole sia l’iniziativa di questa vostra scuola che ha deciso di ricordare in questa sede l’Olocausto, non solo come sterminio degli ebrei, ma anche come persecuzione di tutte quelle minoranze considerate non utili all’incremento del “razza superiore”
e che subirono lo stesso orrore.
Ed è ancora più lodevole se pensiamo al fatto che ancora oggi in moltissimi paesi del mondo l’omosessualità è considerata reato, e anche nei paesi dove non lo è più, episodi di violenza (tanto verbale quanto fisica) a sfondo omofobico sono quasi all’ordine del giorno nella cronaca.
Ancora oggi essere apertamente gay o lesbica è tutt’altro che semplice.
Proviamo quindi a capire come poteva essere agli inizi del secolo scorso; di fatto nessuna donna all’epoca si sarebbe sognata di parlare esplicitamente della propria omosessualità, tanto meno dopo l’inasprirsi delle leggi contro questi “crimini”; anzi via via le donne accrebbero la loro capacità di vivere le relazioni nel modo più invisibile possibile.
Le sospette venivano costantemente sorvegliate e spiate, quindi le relazioni intime, persino le amicizie strette, dovevano essere vissute in gran segreto.
In quegli anni si celebrarono centinaia di “matrimoni di circostanza”: gay e lesbiche si sposavano fra di loro per salvare le apparenze; per salvarsi la vita.
Molte lesbiche emigrarono, finché fu possibile, alcune si nascosero presso amici o parenti e si salvarono vivendo per anni in appartamenti dai quali non uscivano mai.
Altre invece non riuscirono ad accettare l’idea di una tale condizione di vita e si suicidarono.
Naturalmente, nonostante questa tenace resistenza, moltissime donne non riuscirono a sfuggire all’arresto e all’internamento nei lager.
Le donne lesbiche erano due volte diverse, due volte colpevoli: in quanto donne e in quanto omosessuali.
Ravensbrueck è stato il principale e più grande campo di concentramento per donne, ma ve ne furono molti altri; si trovava nel nord della Germania, nel Brandeburgo.
Gli storici calcolano che solo a Ravensbrueck tra il ’39 e il ’45 siano state internate 130.000 donne.
Come ci raccontano alcune sopravvissute, nel campo le donne lavoravano e morivano quotidianamente.
C’erano le addette alla raccolta degli escrementi umani: dovevano portare il carico nei campi che i tedeschi intendevano fertilizzare, e, a piedi nudi, pestare gli escrementi perché penetrassero meglio nel terreno.
C’erano le addette alla raccolta dei cadaveri che venivano trasportati nei forni crematori.
Nei campi di concentramento maschili, come ci ha detto anche Daniele, vennero installati dei veri e propri bordelli e le ragazze che vi “lavoravano” (per così dire) venivano reclutate a Ravensbrueck; nei bordelli queste donne venivano umiliate e maltrattate dalle SS che costringevano i prigionieri del campo a violentarle.
Le SS promettevano alle lesbiche che accettavano di trascorrere 6 mesi nel bordello, e che quindi accettavano di redimersi dalla propria omosessualità, la liberazione entro breve tempo. Ovviamente ciò non accadeva, al contrario queste ragazze morivano molto più rapidamente, consumate dalla malattie contratte.
Molte testimonianze ci parlano delle gerarchie che si formavano nel campo, dei baratti, del “commercio della miseria”; era il modo direi più “primitivo” di sopravvivere.
Le donne più “fortunate”, se si può usare questo termine, sfruttavano la loro posizione privilegiata, quindi le addette alla cucina si nutrivano meglio, sottraendo razioni di cibo alle altre, le addette al magazzino vendevano vestiti in cambio di pane, così come altre impiegate si facevano pagare in natura per qualunque genere di favore.
Si trattava di vivere o morire, tutto era merce di scambio, tutto era in vendita, anche un po’ di calore umano.
Tuttavia, dove comincia la prostituzione e dove si fermano la sessualità, l’affetto, la solidarietà e persino l’amicizia?
Nel mondo del lager, dove non esiste nessuna logica se non quella della morte, dove tutte le prigioniere hanno fame e di fame muoiono, in un universo fatto di umiliazioni e crudeltà, possiamo pensare che l’affetto, le relazioni di amicizia, i legami anche amorosi e sessuali fossero l’unico modo per sopravvivere laddove i nazisti procedevano in direzione della disumanizzazione totale.
I tedeschi lo sapevano bene: l’indebolimento nel corpo, tanto quanto quello nello spirito, portano all’annientamento della persona e di interi popoli.